Opella

So.De nei quartieri

negozi e botteghe

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Opella

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Liliana è una delle fondatrici di Opella, negozio-bottega in cui crea con Cristina ricercati gioielli fatti a mano. ✨ Per le loro creazioni utilizzano diversi materiali tra cui il metallo e il vetro, ma la protagonista indiscussa è la carta.

👐L’artigianalità è il tema ricorrente di tutte le loro collezioni: “Realizziamo gioielli con l’idea di offrire un prodotto unico disegnato, creato e assemblato da noi. Tra i vari materiali che utilizziamo però, quello che realmente lavoriamo è la carta. In genere infatti i nostri gioielli hanno una parte in ottone alla quale incastoniamo un elemento di carta creato da noi attraverso un procedimento artigianale”

Le carte di Opella sono a loro volta fatte a mano e provengono da tutto il mondo, ma per fortuna alcune si possono trovare anche molto vicino… Una delle loro fornitrici di fiducia è Gabriella di Monoarte! La collezione realizzata con carte tradizionali giapponesi è frutto di questa ormai storica collaborazione, una delle tante connessioni in rete di Dergano.

Quella che oggi è Opella è nata ad Affori. Intorno al 2000 io facevo attività di legatoria, origami, packaging, lampade in carta. Io lavoravo la carta in tantissime forme. Siccome era un materiale che approfondivo da tantissimi anni ho cercato un laboratorio insieme ad altri artigiani che non c’entravano nulla con me eravamo, solo amici. Quindi una lavorava il vetro, un’altra lavorava la ceramica, un’altra lavorava il cuoio e insieme abbiamo cercato un laboratorio molto grande e l’abbiamo trovato ad Affori ed è stato il mio primo laboratorio, era 120/130 mq.  Adesso si chiama coworking, ma i laboratori condivisi ci sono dalla notte dei tempi: si condivideva uno spazio di lavoro. A me a volte fa ridere un po’ questa cosa. Io ho 53 anni, e ho vissuto parecchie esperienze. E questa cosa che mi dici mi fa sorridere perché adesso è tutto molto cool, no, il coworking. La condivisione degli spazi di lavoro esiste da sempre, soprattutto per chi iniziava un’attività, all’epoca, era la prima cosa che si faceva perché non potevi permetterti di avere un laboratorio e pagatelo da sola. Anche perché non era sostenibile con le spese e con l’inizio del lavoro. La cosa fondamentale era unirsi. E lì era capitato che eravamo tre amiche e tutte artigiane, io figurati, avevo aperto l’attività da due anni, lavoravo in casa, mi ero fatto uno studio in casa. Non ne potevo più. Quindi è venuto da sé. Cerchiamo e si andava in gruppo a cercare i laboratori: funzionava così. Sono storie che ci sono sempre state. Adesso hanno una valenza diversa, ma il succo è sempre lo stesso: si chiamano in un altro modo, magari hanno un’energia diversa, perché prendono energie da altre cose, ma di fatto la condivisione di un laboratorio artigiano si faceva eccome perché condividi le spese, l’affitto, le bollette: tutto diventa più leggero e magari nascono collaborazioni come quella poi nata con Cristina. Io ho avuto questo laboratorio per 12 anni e era molto carino perché era uno spazio aperto dove ognuno aveva la sua fetta di lavoro: era come un grande box lunghissimo e ognuno aveva il suo pezzo perché dovevano coesistere delle attività molto diverse tra loro. Ad esempio, il mio lavoro con la carta necessita di una grande pulizia, soprattutto quando facevo legatoria, lampade e origami. Io avevo quattro tavoloni come questi, e a volte non erano sufficienti. Quando rileghi ci vuole tanto spazio e tutto doveva essere pulito, chiuso, inscatolato, pressato. Ognuna aveva questa fetta di laboratorio: di fianco a me c’era la ceramica, dopo c’era quella che lavorava il vetro che era quella che faceva più sporcizia. E poi avevamo nella parte d’entrata una parte espositiva molto carina perché era come un salotto, come un negozio, un salotto con le poltrone, le lampadine, i nostri oggetti che arredavano. Dopo qualche anno che io avevo preso questo laboratorio in condivisione, ho conosciuto Cristina tramite un circolo di arti cartarie dove insegnavamo tutte e due. Lei insegnava a montare dei gioielli fatti con delle perle di carta e io insegnavo il cartonaggio creativo, la rilegatura, quella molto basic. A un certo punto lei si stava per laureare, e quando si è laureata io le ho detto: scusa, visto che tu fai gioielli in vetro e alluminio, se vuoi c’è uno spazietto, ti prendi un tavolo e vieni anche tu. Quindi lei si è laureata e ad un certo punto è venuta con noi. Ha preso il suo spazio, tra l’altro abbastanza vicino al nostro e lì è nata una delle prime creazioni di Opella che non era Opella ancora, ma Liliana Broussard e Cristina Barcellari gioielli di carta: due nomi lunghissimi ed era più una descrizione di quello che facevamo. Quindi ad un certo punto, in quel periodo io stavo lavorando alla decorazione della carta, cosa che mi piace molto e infatti quella è una cosa su cui tra un po’ ritornerò a lavorare perché vorrei avere le mie carte per fare i gioielli, che è una cosa che abbiamo fatto appunto in passato. Perché li stavo lavorando sul suminagashi che è questa tecnica di decorazione e marmorizzazione giapponese della carta. È una tecnica bellissima che crea delle onde con queste carte che ho sempre usato io fatte a mano e avevo fatto queste carte molto belle e avevo creato degli elementi quadrati. 

In quell’occasione, ho detto Cristina: guarda, io ho fatto queste cose, prova a farci una collana. Così è nato tutto ed è venuta fuori la prima collezione. Abbiamo fatto una serie di ciondoli di collane, di orecchini molto carini, molto strani. Da lì è iniziato tutto: da quella prima collezione ha iniziato a essercene una seconda, e così via. Abbiamo inizialmente provato a proporla a qualche negozio all’inizio, magari che non ci conosceva per niente. Poi a me è venuta in mente l’idea di provare a fare una fiera di settore, visto che comunque erano anni che io andavo a visitare MACEF (dal 2014 divenuta HOMI). Noi abbiamo fatto 10 anni di Macef/HOMI perché dopo 5 anni che facevamo MACEF si è trasformata in HOMI. 

E quindi ho detto, Cristina buttiamoci, proviamoci, e così siamo andate. Noi siamo andate come ditte individuali, ognuna con la sua partita IVA. Con la prima fiera, volevamo testare la cosa e andò da Dio, una

cosa che mai ci saremmo aspettate. Il primo giorno avevamo già recuperato le spese e iniziato a stra-vendere. Visto così e che la fiera durava quattro giorni, io ho avuto paura perché noi non eravamo strutturate per avere una produzione intensiva. Alle prime volte non si capisce bene come funziona una fiera, infatti serve avere molta esperienza. Poi li si prendono solo gli ordini e lì avevamo una mazzetta di ordini, tantissimi. Mi ricordo che alla sera abbiamo chiuso lo stand e dicevo a Cristina: se domani va così, noi non riusciamo ci roviniamo ancora prima di aver iniziato non avendo pronti tutti i prodotti per tutti gli ordini. Il secondo giorno andò benissimo di nuovo e il terzo, il quarto invece meno ma dovevamo lavorare tantissimo per gli ordini. Poi la seconda edizione, nello stesso anno, andò benissimo anche quella e quindi decidemmo di aprire il nostro marchio, di fondare la nostra società perché non aveva senso avere due attività separate, era tutto molto più complessa la gestione. Quando abbiamo fondato la società siamo andate dal notaio Cristina aspettava la sua seconda figlia. In quell’occasione chiudemmo le nostre attività per aprire Opella.

Il nome Opella è una parola latina che significa piccola opera. Ho cercato sul dizionario di latino che avevo quando studiavo alle scuole magistrali. Ci piaceva l’idea di avere questa “O” perché riprende i tondi delle nostre collezioni. Noi abbiamo il tondo, il cerchio sempre come forma che si ripete da tanti anni. Quando ho trovato Opella mi è piaciuto tantissimo e allora gliel’ho proposto a Cristina e anche a lei piacque un sacco. E lì è nato tutto.

Creiamo gioielli dove le componenti metalliche ce le facciamo fare per la maggior parte perché lavoriamo sempre sull’idea di avere un prodotto unico e disegnato da noi e fatto da noi, assemblato da noi. La cosa che noi realmente lavoriamo è la carta.
In genere, i gioielli hanno una parte in ottone galvanizzato alla quale noi incastoniamo un elemento di carta creato da noi e tagliato con le fustelle che vengono montate in tipografia su una macchina che pressa molto forte il pezzettino di cartone che io ho precedentemente rivestito con la carta, pressato ed incollato. La fustella è necessaria. Ho prima provato a tagliare al laser anche il tessuto di carta, ma brucia tutto. Abbiamo tanto sfrido di materiale, che diamo all’asilo qui davanti, con l’utilizzo delle fustelle, ma sono più adatte.
Quindi la carta è proprio lavorata da noi. Ad esempio, questa è carta che si presta ad una grande professionalità. Per quanto riguarda il vetro, Cristina già lo lavorava tanti anni fa, con un’artigiana, e poi ogni tanto andava a Venezia a comprare i vetri. Poi abbiamo iniziato a lavorare in modo sistematico con delle artigiane, una che lavora il vetro soffiato e una che lavora il vetro a lume, quindi due tecniche diverse, proprio sull’isola di Murano. In realtà il vetro sta perdendo un po’: prima lo usavamo molto. Piaceva, però lo usano tanti e proprio come lo usiamo noi, vetri semplici e a tinta unita. Non ci piacciono le robe barocche e quindi alla fine stiamo un po’ abbandonando il vetro per creare dei gioielli sempre più fatti di carta e metallo. Anche i metalli, abbiamo dei fornitori, per cui appunto magari disegniamo delle forme e loro ce li producono.

Io abito a Dergano, proprio davanti a Mamusca. Io abitavo in Piazzale Lugano fino a due anni fa: erano comunque 700 metri.
Io mi identifico nel quartiere. Con Francesca di Mamusca siamo molto amiche e ci conosciamo da tanti anni. Io sono nata in Bovisa, mio papà è nato in Bovisa. Questi luoghi erano i luoghi di quando io ero piccola, io andavo a scuola, qua, in via Catone, ho fatto la scuola media sperimentale ed infatti è da lì che è nato/ha origine tutto. Alle medie poi per me è stato un momento meraviglioso dove io ho imparato veramente a conoscere i materiali, a lavorare in gruppo: già in prima media leggevo i grafici, le cartine geografiche, disegnavo le cartine geografiche con le altitudini. Era molto bello, si lavorava sempre in gruppo, non esistevano libri di testo personali, ma esisteva una biblioteca condivisa, c’era proprio questa cosa di condivisione del lavoro. A scuola, a rotazione c’era una coppia di noi che ritirava i libri sui banchi, li mettevamo in modo organizzato in una specie di cestone che noi portavamo in due in biblioteca, si

rimettevano a posto i 35 libri perché poi le classi erano molto numerose, si prendevano i libri per l’ora successiva si riportavano su, si studiava sui libri, poi in realtà. Non li portavamo a casa.

Io sono nata in Bovisa, però, all’epoca i quartieri non avevano lo stesso confine, lo stesso perimetro che hanno oggi erano un po’ di più ampi e ben definiti. Mio papà mi raccontava che c’erano le vigne e le coltivazioni di lamponi che si usavano per produrre il Campari a quei tempi: era tutta campagna insomma. C’è una persona storica della zona: il signor Bartoli Davide, che è un medico, che abita nel mio palazzo che ha scritto un libro su tutta la storia di Dergano e della Bovisa.
Io da piccola mi ricordo che mio papà faceva l’allenatore di calcio e quando c’erano le premiazioni delle squadre di calcio si andava alla Branca, c’erano i saloni per le feste proprio anni 70. Ero proprio piccolina, tutta vestita bene. Io sono sempre stata più legata alla Bovisa abitando in piazzale Lugano. Però io ho vissuto per 15-18 anni in viale Jenner.
Però appunto quando mio papà era piccolo, mi diceva che loro facevano queste scorribande. Dalla Bovisa a Dergano, ed erano “viaggi”. Prima l’identità del quartiere era forte perché per spostarsi non ci si impiegava 5 minuti come oggi. Era difficile spostarsi facilmente dalle altre parti. Si andava avanti, giorni e giorni, a giocare a nascondino.
Se prima i confini erano molto netti, adesso lo sono molto meno perché è cambiato tutto.

Opella a Dergano è un punto di riferimento. Io sono qua da 10 anni (in via Guerzoni). Poi sempre come Opella abbiamo prima fatto due anni ad Affori (dal 2009 al 2011). Se consideriamo anche la prima attività in laboratorio dove ancora non eravamo Opella di 10 anni, ad Affori siamo state un totale di 12 anni. Abbiamo avuto ad un certo punto, l’esigenza di avere un luogo dove stare da sole, perché avevamo necessità diverse, volevamo fare degli eventi, volevamo essere visibili sulla strada, poi in realtà il nostro lavoro si è sviluppato molto con i rivenditori perché diventando schiavi di queste fiere bellissime, abbiamo sì girato l’Europa ed era molto bello: se ci penso, un po’ mi manca andare a fare queste esperienze stupende, dove la prima volta eravamo terrorizzate.

Conosco [referente di Monoarte] da tanti anni e compro da lei le carte da tanti anni.
Per noi, poi, c’è questa parte della nostra collezione che è fatta con le carte giapponesi, e quindi le compriamo da loro perché sono molto belle. Poi lei è molto carina perché se non c’è qualcosa a disposizione, tipo l’anno scorso è andata in Giappone, ci ha fatto stampare questa che lei non aveva più ed è tornata con 10 fogli in aereo: è stata molto carina.
È una bella cosa questa collaborazione, è inaspettata. Per me è normale. Diciamo che è stato un po’ tutto casuale. Anche loro sono lì da tanti anni. Sono sempre state un po’ nascoste e poi avevano il loro giro di lavoro. Poi, penso una decina d’anni fa, forse un pochino meno, ho scoperto che esisteva questo laboratorio e non sono andata per un sacco di tempo, pensando voglio andare, perché comunque hanno delle belle carte eccetera. E poi a un certo punto è arrivato il momento, qualche anno fa e sono andata lì. Per me è strano perché tutti i nostri fornitori sono dall’altra parte di Milano.
Li ho scoperti facendo una ricerca su internet e poi parlando con qualcuno del quartiere che mi diceva “ah, ma lei ha un laboratorio, ci devo andare”. Io e lei abbiamo un’amicizia in comune, che è la Professione Libero, la Cristina Bastiano. Ci conosciamo da tantissimi anni perché anch’io arrivo dal settore della legatoria. Poi ero andata tanti anni fa a frequentare dei corsi da lei sulle legature particolari giapponesi. Cerco sempre di approfondire il tema della carta che il mio tema, il mio materiale, che lavoro da più di vent’anni. […] Insomma, alla fine, siamo in quartiere, tutte noi lavoriamo la carta. Ho scoperto che ci sono un sacco di aziende che lavorano una carta.
Però è un po’ casuale che noi siamo tutte nella stessa zona. Poi chiaramente noi abbiamo la bottega su strada, quindi siamo molto visibili. Chi ha laboratori interni, come io avevo tanti tanti anni fa ad Affori, per farti conoscere devi essere molto forte nel web adesso – prima non c’era manco quello, quindi e si usava il passaparola. 15 anni, 20 anni fa, non c’era così tanto questa cosa del web e del farsi vedere, avevi il tuo sito, però insomma, era tutto molto offline. Invece negli ultimi 10 anni, 15 anni, è stata velocissima questa crescita della comunicazione online, è esplosa e quindi nel momento in cui è esplosa un po’ tutte ci siamo riconosciute e ritrovate. Sì, però è nostro fornitore delle parti giapponesi, ma anche di alcuni attrezzi che io uso per lavorare.

Per il futuro preferiamo continuare con il B2C, investendo sull’e-commerce. Abbiamo visto proprio che rispetto a prima è più conveniente. Con la pandemia, hanno tutti molta paura e con la chiusura di molti negozi che rivendevano, da che avevamo 40 rivenditori in tutto, ora ne abbiamo 7/8 piccolissimi: quindi per noi è diventato l’opposto, nel senso che quello è più un contorno, mentre prima invece era il contorno era con il B2C che non spingevamo. Adesso devo dire che comunque negli ultimi 4/5 anni anche qua, quando abbiamo visto che il quartiere era molto ricettivo, ci siamo date gli orari, abbiamo iniziato a tenere aperto sempre il sabato, facciamo dei turni. Adesso devo dire che c’è un grande movimento di privati. Viene tantissima gente, cioè non abbiamo un negozio dove entrano 10 persone al giorno, ma noi e bastano due al giorno, cioè che comprano 4/5 pezzi. Noi siamo anche felici così, per essere a Dergano, in via Guerzoni, perché io non penso di andare in centro Milano. Qui dove siamo la strada è bella e adesso siamo contente così. Ci piacerebbe rinforzarci molto sul web con l’online che è molto marginale per il momento. Per cui lavorare sulla comunicazione B2C. Perché sinceramente, se penso a quanti pezzi producevano prima e al margine di guadagno che era bassissimo con le vendite ai negozi all’ingrosso, è meglio ora che produciamo molto meno, io sono molto contenta di questa cosa e c’è un margine del doppio.
In questo momento stiamo iniziando a ragionare che veramente inizia a esserci un guadagno sui nostri pezzi, visto che prima c’era relativamente: producevamo grandi quantità, ma avevamo poco margine. Adesso si produce molto meno, c’è più tempo anche per dedicarsi un po’ più alla ricerca e alla comunicazione. Io, infatti, seguo anche tutti i social di Opella: Facebook, Instagram – mentre Cristina lavora solo sulla produzione, non li segue.
Il momento del primo lockdown abbiamo chiuso tre mesi: per me è stato traumatico, proprio io pensavo che avremmo chiuso e devo dire che ho sofferto tantissimo. Però poi dopo la paura ho detto: va bene, tutto può accadere nella vita, prima ho lavorato come vetrinista e allestito gli stand per anni e adesso faccio un’altra attività. Tutto può accadere. Andiamo avanti. Tutto può servire.

Opella è nata come un’attività dedicata al B2B. Poi, avendo qua il negozio con la vetrina, chiaramente c’era anche una parte di B2C che però inizialmente non ci interessava neanche. Ma infatti noi non avevamo degli orari, il sabato eravamo chiuse perché comunque eravamo chiuse qua dentro a lavorare. Quando tornavamo dalle fiere, noi avevamo veramente centinaia, centinaia, centinaia di pezzi da fare. Ci sono stati dei momenti in cui il lavoro era talmente tanto e abbiamo preso dei clienti giapponesi molto grossi che abbiamo dovuto prendere due ragazze per riuscire a star dietro a tutto. Noi avevamo una quarantina di rivenditori, quindi abbiamo fatto una grande esperienza sul campo, veramente grande. Andavamo sempre alle fiere a Parigi, a Londra e a Milano. Ci sono stati anni in cui facevamo sei fiere all’anno: era una rincorsa, era un lavoro molto intensivo, perché di porti dietro i campionari. Il primo anno che abbiamo preso un trasportatore è stato quando abbiamo fatto la fiera di Francoforte: ero riuscita a partecipare a questa sorta di bando dove si poteva vincere uno spazio a metà costo per giovani con un brand nato da meno di due anni. In quell’occasione ci hanno selezionato e quella è stata la prima internazionale, abbiamo preso un trasportatore e c’è costato tipo 1.000 € per farci portare i tavoli e gli arredi. Col tempo, vabbè in diventi sgamata e vedi quello che fanno anche gli altri piccoli come te. Perché i grandi hanno i camion, trasportano tutto; i piccoli come noi prendono gli stand piccolini, cioè noi prendevamo a Parigi il 2 metri per due e già costava 4.000 €. Ad un certo punto hanno progettato questi tavoli di alluminio che si smontavano e in modo da mettere tutto in una valigia dove ci stava dentro tutto: lo stand, la merce, ecc. Il doppio campionario ce lo tenevamo nello zaino perché non si può mai sapere se ti rubano la valigia. È tutto pensato: quando si scendeva dall’aereo si prendevano i taxi di treni e taxi perché soprattutto da sola la valigia arrivava a pesare quasi 30 kg. Organizzare una fiera, la logistica, il dormire, il mangiare per due persone oppure da sola, la lontananza o la vicinanza alla fiera, quindi quando ero da sola, prendevo sempre la stessa camera. Era una camera condivisa in un grande appartamento e mi trovavo da Dio ed era un quarto d’ora a piedi. Che poi io cioè non dovevo prendere neanche la metro, anche perché tu esci di casa, vai in Fiera, stai 12 ore. Esci alle 7 di sera e ti viene da vomitare all’idea di dire due parole in più, soprattutto in inglese, che è uno sforzo che se non lo parli così fluente diventa complicato. Poi anche il pensare in un’altra lingua è difficile.
Prima di andare a Francoforte siamo state veramente metodiche, cioè sapevamo di aver vinto questo viaggio. Quando mancavano 7 mesi io ho chiamato un ragazzo che veniva qua a farci lezioni di Inglese due ore alla settimana sui materiali e sul commerciale. Era un madrelingua e a noi interessava saper raccontare il nostro lavoro che è fondamentale, imparare i termini dei nostri materiali e il commerciale, cioè fare una fattura, una spedizione, contrattare con il cliente. Quando siamo arrivate a Francoforte eravamo molto forti, alla fine in sei mesi di lezioni private di inglese sono servite.
Quando andavamo in fiera gli stand nostri erano sempre bellissimi. L’allestimento fa parte del mio background e mi è servito. Io ho studiato da vetrinista e allestitrice: ricordo che ci mettevano in vetrina, c’erano le vetrine vere e proprie e facevamo pratica. Io sono uscita da scuola ed ero già una vetrinista formata. Adesso è ancora più ampio il lavoro del visual.